I RACCONTI

 

 

 

Un amore in vacanza

 

Sulla spiaggia il frastuono dei ritmi latino-americani raduna i bagnanti per l’ora dell’aquagym, mentre gli animatori sulla pedana, scarpe di ginnastica e bermuda fascianti, già si esibiscono invitando, con cenni e frasi amplificate, all’ora benefica che promette linea ed energia.

Che ci fa nello stabilimento balneare, affollato di giulive famigliole per bene, di giovani liberi, di coppie spensierate, che ci fa l’amante di un uomo sposato, partito in vacanza con moglie e figli? Il corpo, ancora perfetto malgrado i quaranta, allungato sul lettino, si rosola al sole, lucido di olio profumato. I capelli lisci e corvini arrotolati su un lato, un fascio di braccialetti colorati sul braccio sinistro.

La musica assordante copre il chiacchiericcio sotto gli ombrelloni, e bisogna alzare la voce per scambiarsi le ricette di cucina, o i pettegolezzi sui cari amici.  Lei non parla con nessuno. Non ha amiche. I conoscenti la salutano appena. Oggi è out fare l’amante. O si ha un marito, o si ha un compagno. Sia pure dello stesso sesso. Ma l’amante sposato, proprio no. Specialmente se lui, sin dal principio, ha dichiarato “onestamente” che non rinuncerà mai a moglie e figli. All’inizio si accetta tutto, tutto fuorché perderlo, tutto pur di farsi amare, pur di avere un uomo. Poi, col tempo, i ritagli appaiono sempre più sottili, inconsistenti, inappaganti. Si vorrebbero più ore per stare insieme. Per parlare, per divertirsi, per mostrarsi in pubblico. Non solo per fare l’amore, in fretta, in una pensione délabrée.

Lo spazio di mare antistante lo stabilimento è brulicante di bagnanti. Scimmie che imitano i gesti degli animatori, nel fandango di spruzzi fetidi e untuosi. La musica si ripete in un motivo ritmato e ossessivo, che trascina e ottunde.

Il cellulare è lì accanto, sul lettino, muto. Lui non chiamerà. E’ con la famiglia, non può chiamare. Nel lungo estenuante mese di ferie ha inviato solo tre messaggini. Essenziali. Laconici: Mi manchi. Vorrei stare con te. Ricorda che sei solo mia. Già, lei è solo sua, mentre lui è a metà. Lei non frequenta nessuno. Non va a feste. Non va neanche in pizzeria. Solo quell’ombrellone stretto in mezzo agli altri, e quel lettino rovente.

La musica è cessata. Gli animatori si congedano platealmente, promettendo altri appuntamenti giocosi e benefici. I fedeli dell’aquagym sciamano in tutte le direzioni, lasciando una chiazza di mare torbida e brodosa. Sulla spiaggia ritorna la quiete, mentre il sole lancia i suoi dardi sugli ombrelloni soffocanti, sui corpi sudati, sulle tempie ardenti.

Perché continuare una storia senza finale, dalle sequenze scontate che lasciano l’amaro in bocca e il vuoto nello stomaco? Perché lasciarsi usare come un abito fuori moda, che non dà più emozioni, che si tiene nascosto e si indossa soltanto quando si è soli, essendo ancora buono e comodo? Troncare: ecco l’idea. Ecco il passo coraggioso, il passo che porta ad altre strade, tra la gente, in libertà. Forse… Bisogna cogliere l’occasione di quell’astinenza agostana, di quella quarantena obbligata, per guarire, per togliersi l’abitudine, per pensare e scandire il tempo con quadranti diversi. Troncare. Bisogna troncare. Bisogna ripetere questo verbo cento volte, come il tormentone delle canzonette latino-americane, fino allo stordimento. E il sole che picchia fa il resto.

Il motivetto che annuncia il messaggio la scuote dal torpore. Afferra febbrilmente il cellulare, si toglie gli occhiali da sole per meglio vedere, si mette a sedere per essere più presente. E la frase è lì. Lapidaria come una sentenza che lei, dopo tutto, accetterà. Rientro anticipato. Domani si ricomincia, amore mio.