I RACCONTI

 

 

 

Farfalle bianche

 

Avevo un giardino da piccola. Un giardino incolto, grande come un campo e attiguo alla mia casa. L’aveva ereditato mio padre quando io avevo sette anni.

Una mattina, tornando da scuola con un gruppo di compagne, trovai l’atrio del palazzo in cui vivevo ingombro di macerie. Alcuni muratori avevano aperto una grande breccia sul muro laterale. Mio padre mi venne incontro con la faccia delle grandi occasioni, che ben conoscevo. Mi prese per mano e, attraverso i tufi sparsi sul pavimento, mi condusse all’apertura del muro. Una distesa fiammeggiante di papaveri mi si parò davanti agli occhi.

«E’ nostro - disse mio padre con solennità –, anzi è tuo».

Era il mese di maggio, faceva caldo. Le mie compagne, che indossavano i grembiulini bianchi della scuola, si erano affacciate anche loro ad osservare

«Potete andare – continuò mio padre - avanti»!

In un baleno avevamo scaricato gli zaini sul pietrame e ci eravamo fiondate nel campo, in corsa, senza una direzione. Eravamo come farfalle bianche, ubriache di libertà, accecate da tutto quel rosso, intontite dall’odore intenso dei papaveri.

Quel campo divenne il palcoscenico dei miei giochi di bambina: un giardino incantato per le mie fantasie, per storie di fate e di principesse. Un grande albero di mandorlo, al centro, spesso scalato fino alla cima, era, di volta in volta, un castello, una montagna, una nave. Quando c’erano le mie compagne si giocava agli indiani, ai pionieri, ai cercatori d’oro, e il giardino diventava, rispettivamente, il campo di battaglia, la prateria, la valle del vecchio West.

Nel “giardino dei papaveri”, adolescente, ho vissuto il mio primo amore. In un pomeriggio assolato, mentre mi dondolavo pigramente sull’altalena che mio padre aveva appeso ad un albero di fico, in fondo al campo, proprio a ridosso del muro di cinta, mi sentì rivolgere un saluto dall’alto. Alzai la testa e vidi un ragazzo arrampicato ad un nespolo al di là del muro. Dopo un primo momento di disagio, cominciai a parlare con lui disinvoltamente. Mi raccontò di essere in vacanza in casa dei nonni. Abitava a Torino, era studente al primo anno di medicina. Un’ora dopo ero invaghita dei suoi grandi occhi, dei riccioli neri, delle fossette sulle guance. Lo pensai per tutta la notte e il giorno dopo di buon ora ero sull’altalena, con la voglia di rivederlo. E lui venne. Ci siamo incontrati così per tutto il mese di agosto, senza sfiorarci. L’ultimo giorno lui voleva scendere nel mio giardino, come il barone rampante, da un albero all’altro. Ma ebbi paura e preferii arrampicarmi io sul fico. Per la prima volta lo vidi da vicino, e lui mi baciò, lievemente, con le labbra arse, screpolate dal sole e dal vento dell’estate. Ma il diavolo ci aveva messo la coda. Mio padre ci aveva visti, e fu burrasca. Fui convocata per un discorso serio. Mauro non era per me. I suoi nonni erano contadini, il padre operaio, per motivi di ordine sociale dovevo togliermelo immediatamente dalla mente.

Sono trascorsi quasi cinquant’anni da allora. Dopo la morte di mio padre, per motivi economici, ho messo in vendita il giardino. Tra gli acquirenti si è presentato anche lui, Mauro. E’ ingrassato, incanutito, invecchiato, ma ha ancora le fossette sulle guance. E’ un cardiologo affermato, lì, a Torino, con moglie e figli. Ha offerto più di tutti per il giardino, perché è adiacente alla casa delle sue origini, che vuole restaurare per trascorrerci le vacanze. Gliel’ho ceduto. Quando i muratori hanno rimosso la vetrata attraverso la quale si accedeva al giardino e hanno murato l’apertura, l’atrio è piombato nel buio.

In quel momento ho pensato di far dipingere su quel muro un trompe-l’oeil per ricreare il campo di papaveri dietro la vetrata, ma poi ho considerato che nessun dipinto avrebbe potuto sostituire l’immagine viva di quel lontano mattino di maggio: volo di farfalle bianche in  campo rosso fiamma.