I RACCONTI

 

 

 

Le mamme di Palidoro

 

Nell’ospedale pediatrico del Bambin Gesù di Palidoro, a nord di Roma, le mamme dei piccoli ricoverati passano la notte su sdraio da spiaggia, accanto ai loro figli. Hanno lasciato le loro case e gli altri familiari e sono lì da mesi. In quel reparto si trattano le deformità e le anomalie dello scheletro, e le degenze sono lunghissime. Non potrebbero dormire così, ma a suor Teresa, la caposala, fa comodo chiudere un occhio, perché i bambini di notte sono agitati e chiamano spesso, e piangono, e invocano la mamma. Ci sono però delle condizioni: fare sparire le sdraio prima delle sette, lavare e cambiare i bambini, aiutarli a far colazione e lasciare il reparto prima che arrivi il primario per le visite. Per il resto della mattinata le mamme sono fuori dall’ospedale. C’è una casa famiglia a pochi passi dove possono lavare la biancheria e prepararsi un pasto. Rientrano in ospedale per l’ora di pranzo dei figli e restano lì fino a sera, in una sfibrante attesa, mentre i piccoli vengono sottoposti alle terapie, e poi condotti  nella sala dei giochi, dove giovani animatori volontari hanno scelto di dedicare la loro vita a far sorridere i bambini sfortunati. A sera, dopo cena, quando i piccoli al primo sonno sono più tranquilli, le mamme si riuniscono nella saletta d’attesa a fumare di nascosto, a chiacchierare, a raccontare ognuna la sua pena e il suo Calvario. E’ l’ora più dolce e più riposante quella dell’incontro con altre mamme segnate dallo stesso destino, l’ora in cui le mamme di Palidoro trovano persino la forza di ridere e il coraggio di affrontare un’altra notte su quelle sdraio.

Tra quelle mamme c’è una veterana, Luciana, atticciata e curva, coi capelli ispidi, cortissimi sul viso scimmiesco. Racconta di essersi sposata tardi, e di essere rimasta incinta a quaratanove anni, quando non se l’aspettava più. Ma Selina, alla nascita prematura, era piccola come un polletto spennato e portatrice di varie malformazioni agli organi e all’ossatura. Per Luciana era cominciato il Calvario. Aveva girato gli ospedali di mezza Europa dopo aver venduto casa e tabaccheria, sua fonte di reddito. In sette anni Selina aveva subito dieci interventi e ne portava i segni su tutto il corpicino. A Palidoro,  Luciana ci stava da sei mesi perché la bimba era sottoposta ad un trattamento di stiramento della colonna vertebrale, prima di un delicato intervento per raddrizzarla. Selina era seduta su una carrozzina sulla cui spalliera era issato un braccio metallico collegato ad una carrucola. A questa era appesa una corona d’acciaio fissata con delle viti al cranio della bimba. Ogni giorno la carrucola veniva tirata un po’ di più. Un vero e proprio strumento di tortura che insieme a tutte le altre subite, avevano resa la bimba scontrosa e diffidente, tanto da non voler scendere neanche nella sala dei giochi. Rimaneva tutto il giorno davanti al televisore o alla play station, mentre sua madre si affannava a prepararle pasti speciali, nel tentativo di vincere la sua inappetenza.

Eppure, nonostante tutto, Luciana era la più allegra di tutte le mamme. Era lei che si avvicinava alle nuove arrivate e le rincuorava e insegnava loro come muoversi in quel luogo sperduto sul litorale tirrenico. Lei conosceva tutti i collegamenti con i paesi vicini, i modi per eludere la sorveglianza di suor Teresa, per concedersi un respiro e un sorriso in quel limbo senza tempo. La mamma di Selina, ha continuato a seguire il Calvario di sua figlia per altri due anni, fiduciosa di poter rimediare, per quell’unico suo germoglio, la vita normale che la natura le aveva negato. Ma Selina, “la sua regina con la corona d’acciaio”, non ce l’ha fatta.

Questo non è un racconto di fantasia. E’ una storia drammaticamente vera, di sofferenza. E di eroismo materno.