I RACCONTI

 

 

 

La bambina con la scatola di latta

 

Il fotografo di piazza Duomo quella mattina aprì il suo negozio-laboratorio non tanto per lavorare quanto per godersi lo spettacolo di quella generale euforia. La gente festante faceva ala ai carri dei soldati americani che percorrevano le strade da vincitori, mentre fuori dalla città colonne di mezzi di fortuna trasportavano i tedeschi sulle strade per le Alpi. All’interno del negozio, radio “Milano libera” comunicava solennemente le ultime notizie sulla liberazione delle città lombarde e azzardava ipotesi circa il destino di Mussolini e gli altri capi del Fascismo.

Il fotografo si ricordò del pacco di foto che aveva ricevuto, non senza difficoltà a causa del fronte di guerra, dal fratello, rinomato fotografo a Napoli, in seguito alla chiusura dello studio fotografico napoletano. Qui un tenentino americano aveva portato un anno prima un certo numero di rullini da sviluppare, divisi in tre buste diverse. Sarebbe tornato di lì a qualche giorno per ritirare le foto stampate e aveva raccomandato al fotografo di Napoli di non mischiarle, ma di riporle con lo stesso ordine nelle buste, perché «le foto di guerra sono tutte uguali», aveva detto, e lui stesso non avrebbe potuto distinguere i luoghi in cui erano state scattate. Su una busta era scritto Sicilia, sull’altra Salerno, sulla terza Cassino. Aveva anche lasciato un acconto e il suo nome, ma non era ricomparso mai più. Ora le foto erano in mano al fotografo milanese che continuava il mestiere del fratello nella capitale lombarda e niente lasciava pensare che qualcuno potesse andare a reclamarle. Erano testimonianze interessanti, ben fatte, e con pellicole di qualità, forse un giornale le avrebbe comprate, o un collezionista, o una casa editrice di testi storici. Potevano valere una fortuna.

Pur nel caos di quei primi giorni di “liberazione”, Milano cominciava piano piano a riprendere i suoi normali ritmi. Riaprivano le fabbriche, i negozi, le scuole, i locali pubblici, le strade si ripulivano del sangue e delle macerie, dalle campagne si rimuovevano i relitti bellici.

Bisognava dimenticare e ricominciare.

Alla metà di maggio il fotografo col suo pacco di foto si recò alla redazione dell’Avanti che aveva riaperto i battenti. C’era una gran confusione lì, ma il direttore lo ricevette con un certo interesse e cominciò a osservare le fotografie. Nel gruppo “Sicilia” figuravano paesini distrutti, campagne incendiate, contadini inermi con le mani dietro la nuca, famiglie affamate all’interno di misere case. E la valle dei Templi. Una foto in particolare richiamò l’attenzione del direttore: sotto una tenda da campo, davanti a un tavolino, quattro militari,  due americani e due italiani.  Uno di questi ultimi scriveva chino su dei fogli. «Potrebbe essere stata scattata a Cassibile - mormorò il direttore - è un documento unico, ma devo verificare, quanto vorresti per questa»? Il fotografo tacque. Dal  gruppo “Salerno” il direttore scelse più immagini in sequenza che evidenziavano una folla di militari italiani, probabilmente fatti prigionieri in Africa, mentre, stremati, sbarcavano, si sostenevano a vicenda, si accasciavano al suolo, distesi sul molo venivano “lavati” o “svegliati” a secchiate d’acqua da militari inglesi. Infine sfogliò velocemente le macerie e i massacri di Cassino:  «Allora quanto vuoi per tutte»?

In un angolo della scrivania era rimasta distaccata, forse scartata, una foto che riproduceva, in tutto il contrasto del bianco e del nero, una bimba lacera e sporca, seduta per terra, che teneva afferrato tra le braccia e le gambe esili un cilindro di latta, di quelli che i soldati americani distribuivano ai civili, contenenti prodotti alimentari.

Fu un attimo. Il fotografo raccolse rapidamente la foto e se la mise in tasca: «Non voglio niente – disse – le prenda e le pubblichi, perché tutti sappiano. Questa la conservo io».