I RACCONTI

 

 

 

Madre e figlia

 

Se la trova davanti dopo sedici anni, inattesa, la sua figliola andata via da casa appena diciottenne, che ha fatto fortuna e vive a New York.

E’ bella la sua Elena, ben vestita anche, e raffinata. Ma perché non essere stata avvertita del suo arrivo, per avere almeno il tempo di sistemarsi i capelli, di rassettare la casa! Una sorpresa, certo, e che sorpresa! Iole è a disagio, vorrebbe occultare quel suo aspetto trasandato di donna invecchiata troppo in fretta. Che ha rinunciato a tutto per un marito mediocre e prepotente,  ed è rimasta tuttavia al suo fianco sino alla fine, quando la malattia ormai l’aveva fiaccato.

E’ a Roma per lavoro, spiega Elena, solo per due giorni. Si seggono al tavolo rotondo a prendere un caffé. Hanno sedici anni da raccontarsi. L’appartamento di uno squallido condominio è sempre lo stesso, misero, spoglio, disordinato per gli spazi angusti. Si avverte, imbarazzante, l’assenza del padre, come un tempo si avvertiva la sua ingombrante presenza, la sua ombra minacciosa di uomo deluso dalla vita, di alcolista, di violento. Iole racconta la lunga malattia di lui, la segregazione, le rinunce, la morte. Non c’è dolore in lei, solo rimpianto per un’esistenza sciupata.

Elena, a sua volta, racconta dei suoi primi anni lontani da casa, quando lavorava alla pari e seguiva un corso di informatica. Era brava, la migliore. Poi la fortuna di un lavoro come programmatrice. Ne ha fatta di strada, tanta, fino a New York.

Si guardano le due donne, si toccano, si accarezzano. Sono così diverse, ma pur sempre madre e figlia.

In quei due giorni Elena è quasi sempre fuori per lavoro. Iole non resiste alla tentazione di sbirciare nella valigia.  Abiti firmati, intimi raffinati e sexy, cosmetici selezionati. Ma anche ansiolitici, anticoncezionali, agende fitte di nomi ignoti, brochure in lingue straniere, foto di luoghi e di volti sconosciuti, biglietti aerei, fatture di hotel. Chi è sua figlia? Poco o nulla sa di lei. Sedici anni di lontananza sono incolmabili. Però ha fatto bene ad andare via. Sì, bene.

Due giorni volano in fretta. I bagagli sono lì, pronti nell’ingresso. In attesa del taxi per l’aeroporto le due donne si affacciano alla finestra del soggiorno, quella che dà nel giardino abbandonato di un ex asilo. E’ la prima giornata tiepida dopo il lungo inverno. Il sole è di fronte. Si tengono strette le mani in un muto rimpianto di cose mai dette.

Iole è consapevole che sua figlia non ha avuto da piccola la serenità a cui tutti i bambini hanno diritto. Si sente in colpa per non averle potuto risparmiare tutta l’angoscia  che regnava in quella casa, allora. Ricorda un giorno lontano quando Elena, dopo un’ennesima violenta lite tra i genitori, l’aveva supplicata di lasciare tutto e fuggire insieme. Iole aveva risposto che non poteva. Non sapeva dove andare e come vivere, perché le mancava “l’indipendenza”. Era quella la sua disperazione: la soggezione al marito. Iole non sapeva, allora, che proprio quella risposta avrebbe segnato il destino di sua figlia.  Quel giorno la piccola Elena aveva deciso che la sua vita sarebbe stata diversa da quella di sua madre. Lei avrebbe conquistato, a tutti i costi, “l’indipendenza”, per non essere mai soggetta ad alcuno.

 Il taxi sta per arrivare. Tra poco Iole rimarrà di nuovo sola nel misero appartamento di un termitaio di periferia. La sua magra pensione  potrà concederle solo evasioni televisive. 

E potrà  immaginare la vita che sua figlia le racconterà.

Un alito di vento manda il profumo del pesco fiorito, delle viole e delle giunchiglie nascoste tra le erbe nuove.

Torna  sempre la primavera, anche nei giardini abbandonati.