I RACCONTI

 

 

 

Il racconto mai scritto

(le donne del vino)

 

Era il 1955. Mancavano pochi giorni alla vendemmia. Le piazze pullulavano di compratori venuti dal nord, di intermediari e di produttori. Era tutto un brulicare di trattative, di proposte, di rifiuti, di invettive. Le autocisterne dei compratori sostavano fetide e imponenti nei cortili degli stabilimenti vinicoli. Erano targate Torino, Asti, Verona, Grosseto, attendevano mansuete il taglio dell’uva e l’immediata pigiatura, per caricare il mosto e portarselo su, nel Settentrione.

Quell’anno i grappoli erano perfetti, pieni, sani, pesanti, di alta gradazione, ma i compratori offrivano al massimo 4.600 lire al quintale. Si arroccavano sulle loro posizioni confidando sul fattore tempo. Prima o poi le condizioni atmosferiche sarebbero cambiate e i temporali di fine estate  non sono buoni amici dei raccolti. I produttori per evitare il peggio, prima o poi, avrebbero dovuto cedere.

I mediatori andavano avanti e indietro nel tentativo di concludere affari finché, a poco a poco, le offerte salirono di qualche lira e i produttori cominciarono a capitolare. A metà settembre la vendemmia cominciò sotto un cielo scuro e pesante. Gli stabilimenti misero in moto le loro pigiatrici rumorose, le pompe aspiranti, le presse che, lente, spremevano gli acini fino all’ultima goccia nera e dolce. L’aria s’impregnava dell’odore aspro del mosto, l’abitato si riempiva di moscerini, sulle strade di campagna le file dei traini andavano con le botti vuote e tornavano con quelle  stracolme,  pazienti formiche prima dell’inverno.

Solo mio padre, Don Pietro, resisteva, insieme con altri pochi produttori di uve.  Per quella sua inflessibilità, talvolta caparbia e spigolosa, compratori e mediatori lo chiamavano scherzosamente Don Petro.

«L’uva è sana – ripeteva quell’anno – non teme la pioggia. Se piove si perde un po’ di gradazione, ma si acquista in peso, possiamo aspettare».

E intanto le prime autocisterne partivano, sotto gli occhi lucidi dei contadini. Il lavoro di un anno intraprendeva il suo lungo viaggio verso il nord. Il Negroamaro, ancora in fermentazione, andava a tagliare i vini del settentrione per comparire dopo alcuni mesi in bottiglie etichettate sotto altro nome. «Si prendono il nostro sangue e il nostro sole». Questa la frase che ogni volta seguiva il convoglio in partenza.

Mio padre resisteva: dovevano pagargliela 5.000 lire il quintale la sua buona uva, c’era ancora molta richiesta, si poteva aspettare. Non sarebbe piovuto.

Infatti non piovve… Grandinò. Nessuno dei più anziani ricordava d’aver visto mai niente di simile. Mai come quella volta il termine “lapite” era stato più adeguato all’evento. Ogni chicco fu come un sasso scagliato  violentemente da una fionda. Nei campi mitragliati ogni foglia fu lacerata, ogni grappolo ridotto in poltiglia, al piede dei ceppi. Non avevo mai visto mio padre così scuro in volto e così avvilito, non avevo mai visto i nostri coloni, sempre fiduciosi e sottomessi, piangere e inveire. Secondo gli antichi contratti, a loro spettava un terzo del guadagno, nel bene e nel male erano legati alla sorte del padrone. 

Io avevo undici anni e quel giorno era crollato il mito della sicurezza e della invulnerabilità che mio padre mi aveva trasmesso. In famiglia fu un lutto, come avessimo “il morto in casa”, un incubo da cui non si sapeva come uscire, mia madre e i miei fratelli ammutoliti.

Sin da quando ero piccola i miei migliori alleati contro le brutte esperienze sono stati il sonno e il sogno, una sorta di autodifesa naturale. La sera del disastro mi addormentai più presto del solito e feci un sogno bellissimo: una strada grande e piena di sole e mio padre, nella sua forma migliore, alla guida di un’autocisterna nuova e lucida, sul cui fianco brillavano stampate tre bottiglie di vino dall’etichetta rossa e nera. E un marchio (oggi lo chiameremmo logo): quattro foglie di vite unite dai gambi a formare come un quadrifoglio.

Di lì a qualche giorno mio padre riprese la sua abituale grinta. Pagò di tasca propria la quota che sarebbe toccata ai coloni se l’uva fosse stata venduta, e cominciò a elaborare un progetto. Uno stabilimento vinicolo con macchinari moderni, per poter raccogliere e lavorare l’uva quando decideva lui, “senza il coltello alla gola”. Avrebbe fatto il vino e quello avrebbe venduto a un prezzo dignitoso.

Ci vollero tre anni per realizzare quel progetto, altri tre per produrre un buon vino, altro tempo e altro impegno sarebbe occorso per arrivare all’imbottigliamento e alla distribuzione con criteri moderni. Ma la concorrenza delle cantine cooperative, emergenti negli anni sessanta, e le condizioni di salute di mio padre, non consentirono la piena realizzazione del sogno.

 

E’ toccato a me ricevere quell’eredità. Ero una donna. Del sud. Con una famiglia e un lavoro mio. Avrei potuto disfarmi di quella piccola azienda poco redditizia. Ma ero cresciuta in mezzo ai filari di vite, respirando il solfato di rame e l’afrore dei contadini, tra botti e fermentine, canti e imprecazioni. Riconoscevo un’annata buona dall’aspetto di una pianta e un buon vino soltanto dall’odore Quel mondo faceva parte di me.

Ho tirato avanti come meglio ho potuto, senza infamia e senza lode. Poi sono arrivati i miei figli con l’entusiasmo dei giovani e la fede nelle innovazioni. La piccola azienda, nata dalla rabbia di un lontano giorno, si è adeguata ai tempi. Oggi quelle bottiglie, sognate in una notte tremenda, esistono davvero. Nella nostra cantina, sugli scaffali delle enoteche, sulle tavole dei ristoranti.

 

Le quattro foglie di vite brillano auree sulle etichette nere e rosse e intrecciano i loro gambi a formare la D di DonPetro.