I RACCONTI

 

 

 

Rumaru

 

Al funerale di Rumaru c’era solo sua madre, la sordomuta, e quattro compagni dell’osteria. Una volta al cimitero, il prete licenziò la misera bara in quattro e quattr’otto con una croce di acqua benedetta e un frettoloso de profundis. La sordomuta si accoccolò  per terra e attese, avvolta nello scialle nero, che il becchino sotterrasse la bara. Nel suo modo di parlare fatto di mugolii, comunicò al suo ragazzo che presto l’avrebbe raggiunto. Ora che non c’era più lui, non aveva nessuna ragione di vivere. Dimostrava molti più anni dei reali sessanta e da quarantacinque aveva dedicato tutta se stessa a quel figlio concepito non si sa come e nato durante la vendemmia tra i filari di vite.

Il mezzadro Croce e sua moglie, già colpiti dalla sventura di una figlia sordomuta, non si erano mai dati pace per quella “disgrazia”. Non avevano mai smesso di cercare il farabutto che aveva approfittato di una quindicenne sprovveduta, neanche in grado di  raccontare o di descrivere. La Muta (la chiamavano tutti così e nessuno ricordava più il suo vero nome) non si era resa conto perfettamente di quello che le era accaduto e aveva continuato serena la sua vita di ogni giorno, tra faccende domestiche e lavoro nei campi. Con animalesca indifferenza aveva accettato la pancia che cresceva e le doglie del parto, all’improvviso, lì, tra i filari, mentre tagliava il negroamaro. Erano accorse tutte le vendemmiatrici, e la madre. Qualcuno si era premurato di prepararle un giaciglio di foglie di vite, mentre il fattore imprecava per quella imprevista sospensione del lavoro. Croce si era tenuto a distanza. Era il 1940, il giorno prima i suoi due maschi erano stati chiamati alle armi, e non aveva nessuna intenzione di affezionarsi al bastardino. Dopo il parto, la vendemmia era ripresa, mentre la Muta era rimasta distesa col neonato sul petto, ancora imbrattato di sangue e di succo d’uva, beandosi di quel dono inatteso che percepiva essere solo suo.  Il nome Francesco al bimbo lo aveva imposto l’impiegato dell’anagrafe, poiché nessuno della famiglia ne aveva scelto uno. Ma tutti in paese avevano preso a chiamarlo Niurumaru e poi sbrigativamente Rumaru, in ricordo di quella nascita anomala, ma anche per il colorito scuro della pelle. Il bimbo era cresciuto ignorato da tutti i membri del parentado, tranne che da sua madre che lo accudiva teneramente in ogni ora del giorno. In età scolare nessuno si era preoccupato di iscriverlo alle elementari, perciò Rumaru era cresciuto come un selvaggio, con un vocabolario limitato all’essenziale e la gestualità comunicativa che aveva appreso da sua madre. Era stato messo molto presto al lavoro dei campi, il resto della giornata lo trascorreva per strada, tra giovani sfaccendati che sognavano una vita diversa. Neanche al militare era stato preso, per un difetto cardiaco che a volte gli rendeva corto il respiro. Intorno ai trent’anni Rumaru, morti i nonni, aveva cominciato a frequentare l’osteria, ed erano diventate sempre più frequenti le sere che sua madre se lo andava a prendere ubriaco, per portarlo a casa quasi di peso, mentre i passanti e i vicini, scotendo il capo sussurravano “ Che disgrazia”.L’alcolismo lo aveva fiaccato al punto da portarlo a morte. Quel nomignolo che sapeva di vino, nato per scherzo il giorno della nascita, aveva segnato il suo destino fino alla fine.

Quando l’ultima palata di terra fu gettata sul tumulo, la Muta vi poggiò sopra le mani. Mugugnò ancora qualcosa per poi  tornarsene tutta sola verso il paese, tra sfuriate di pioggia e vento settembrini. Nei campi la vendemmia veniva sospesa, si udivano i tonfi delle tinelle che si accatastavano sui traini e il vociare delle vendemmiatrici. La Muta si coprì meglio il volto con lo scialle per nascondersi dagli sguardi che la commiseravano. Poi all’improvviso, per la prima volta ed ultima nella vita, emise un urlo, rauco, disumano. Quell’urlo, soffocato dallo scialle, gridava al mondo la disperazione per aver perduto il suo ragazzo che per lei non era stato una “disgrazia”.