I RACCONTI

 

 

 

Il maestro delle lettere

 

La posta non arrivava a Sant’Andrea perché gli abitanti di quell’isola, poche anime di pescatori, erano tutti analfabeti.

Toccò a me, maestro novellino, organizzare una prima elementare con una dozzina di alunni di diverse età, nella sala grande di una delle case sparse che avevo preso in affitto. Un barcone a motore assicurava i collegamenti con il continente ogni sabato, mare permettendo, perciò mi adattai come meglio potevo a un’esistenza fatta solo di lezioni e passeggiate nel vento. Contavo i giorni che mi separavano dal fine settimana, con l’unica speranza di una sistemazione migliore per l’anno successivo. E sì che tutti gli abitanti dell’isola mi si erano affezionati e non mi facevano mancare i doni del mare.

Due mesi dopo il mio arrivo a Sant’Andrea, il guardiano del faro venne a chiedermi se potevo scrivere una lettera per il figlio che viveva lontano. Fu una reazione a catena. Tutte le famiglie dell’isola avevano parenti stretti che se n’erano partiti per cercar fortuna altrove, così per loro diventai “il maestro delle lettere”, e per me divenne un diversivo mettere per iscritto in italiano le piccole storie quotidiane che mi raccontavano in dialetto, e impostarle a fine settimana nel continente.

Poi cominciai a ritirare al fermo posta le lettere di risposta. Fu esultanza per tutti ed io divenni un mito.

Una sera si presentò in casa Mino, un ragazzone solitario, occhi tristi e riccioli neri sulla fronte. Uno che non aveva voluto iscriversi alla scuola. Mi confessò a testa bassa la sua disperazione per la partenza, da diversi mesi ormai, della sua innamorata Lena, emigrata in Belgio con la famiglia, senza lasciare tracce. Mi pregò di scriverle, per ricordarle le promesse del passato, e comunicarle la tristezza del presente e le speranze del futuro. Riuscii ad avere l’indirizzo della famiglia emigrata e cominciai a sentirmi gratificato, sia per l’impegno di alfabetizzazione, che per i tanti affetti spezzati che riuscivo a riannodare.

Mino, fiducioso nei miei poteri magici di scrivano e postino, mi veniva incontro ogni volta che sbarcavo sull’isola ai miei rientri del sabato sera. La sua delusione era evidente e grande allorquando gli comunicavo che non c’era posta per lui. Ma non smise di attendere.

Finalmente, dopo tre mesi, gli arrivò una lettera. Qualcosa mi suggerì di leggerla prima, lontano dal destinatario. Non avevo torto. Chi scriveva era il padre della ragazza che, in maniera perentoria, intimava  a Mino di dimenticarla. Lena era già promessa ad un altro con ben diversi obiettivi, e mai più sarebbe tornata in quell’isola di disperazione.

Pensai a lungo alla tristezza di Mino, ai suoi occhi carichi di speranza quando mi aspettava al molo, ai suoi improbabili progetti con l’unica ragazza che aveva amato. Alla fine decisi: avrei sostituito la lettera con un’altra in cui Lena confermava le promesse al suo innamorato e, ribadendo i suoi sentimenti, lo pregava di attendere paziente per qualche anno ancora.

Quando la lessi a Mino, lo vidi sorridere per la prima volta e i suoi occhi s’illuminarono. Mi bastò per giustificare l’inganno. Il ragazzo con mani tremanti afferrò il plico, se lo infilò nel petto e fuggì nel vento di marzo.

Il giorno dopo volle iscriversi a scuola.

Pensai che saper leggere e scrivere non vale a salvare un amore, ma che l’amore può indurre a voler leggere e scrivere.