Papi nella Storia

Leone I Gregorio Magno Adriano I - Leone III
Gregorio VII - Urbano II Alessandro III - Innocenzo III Bonifacio VIII - Clemente V - Gregorio XI - Martino V
Umanisti e Mecenati L'Età Moderna: 1500-1700 I contemporanei

 

Gregorio Magno

Con la discesa dei Longobardi nel 568, l’Italia perde la sua unità territoriale e precipita nel più totale sfacelo politico, economico e amministrativo. Solo la Chiesa si salva, grazie soprattutto alla personalità di un grande Papa, Gregorio Magno, le cui notizie biografiche provengono tutte dal Libro pontificale.

Nato nel 540 a Roma, in un palazzo del monte Celio, da una ricca famiglia patrizia, che aveva dato due Pontefici alla Chiesa e dodici Senatori allo Stato, compie gli studi nelle migliori scuole di Roma. A vent’anni consegue a pieni voti il diploma in grammatica e retorica, poi entra nei ranghi dell’amministrazione civile, per essere nominato, a trentatre anni,  praefectus urbis, cioè presidente del Senato. Terminato il mandato, decide di farsi frate, distribuisce ai poveri un terzo dell’immenso patrimonio ereditato dal padre e col resto finanzia la fondazione di sei monasteri. Anche il palazzo del Celio viene trasformato nel convento in cui si ritira per tre anni, dedicandosi allo studio. Nel 578 Papa Benedetto I lo nomina Settimo diacono con l’incarico di provvedere alla distribuzione delle elemosine. Pelagio II, succeduto a Benedetto I, lo invia come Nunzio apostolico a Bisanzio per sollecitare l’intervento dell’Imperatore contro i Duchi longobardi di Spoleto e Benevento che minacciano i confini del Lazio. La missione in Oriente dura sei anni, nonostante Gregorio detesti gli intrighi e la corruzione della corte e non sia ben visto dal Basileus Maurizio che lo considera una spia del Papa. Ritornato a Roma, si ritira nuovamente in convento, fino al giorno in cui, morto Pelagio II durante l’epidemia di peste bubbonica del 590, il clero e il popolo lo acclamano successore del Pontefice. Il Libro pontificale racconta che il primo atto compiuto da Gregorio appena eletto, è di ordinare una solenne processione per le vie di Roma fino alla Basilica di San Pietro per allontanare il flagello della peste. Decine di migliaia di fedeli partecipano oranti al lugubre corteo, durante il quale cadono morte ottanta persone. Passando davanti al Mausoleo di Adriano, Gregorio che è in testa,  afferma di vedere in cima al monumento un Angelo nell’atto di riporre la spada nel fodero, segno che viene interpretato come la fine dell’epidemia. Da quel giorno il Mausoleo di Adriano muta il nome in Castel Sant’Angelo.

Intanto giunge a Roma la conferma imperiale al pontificato di Gregorio I. Due sono i compiti più impegnativi che deve affrontare il nuovo Papa: amministrazione e gestione dell’Urbe e dell’immenso patrimonio ecclesiastico, rapporti con i Duchi longobardi i cui territori confinano con quelli della Chiesa. Nel corso degli anni il patrimonio ecclesiastico si è accresciuto in modo considerevole grazie ai lasciti di grossi proprietari che, preferiscono  trasferirsi nella città o nei conventi, essendo ormai spopolate le campagne a causa delle invasioni e delle epidemie. Nel sesto secolo la Chiesa possiede già sterminate proprietà nel Lazio, in Campania, nelle isole; l’amministrazione civile a poco a poco si trasferisce agli ecclesiastici, tutti i poteri sono nelle mani dei Vescovi e del Papa. Il Senato è l’esecutore di ordini che partono dal Laterano, il Pontefice arruola e arma le truppe. Delegati apostolici sovrintendono alle opere pubbliche e a quelle di difesa. La Chiesa costruisce ospizi, brefotrofi, ospedali, distribuisce pane ai poveri, sostituisce con i Diaconi gli agenti fiscali, si serve del proprio potere per ottenere conversioni di intere popolazioni, come gli Ebrei del Lazio e i Longobardi. Questi che hanno occupato gran parte del territorio italiano a Nord, a Est e a Sud del Lazio, costituiscono una minaccia per i territori della Chiesa e per la stessa Roma, sicché Papa Gregorio deve impegnare tutte le sue forze per tenerli a bada. Il Duca di Spoleto Ariulfo che marcia sulla bizantina Napoli, viene bloccato e indotto alla pace col denaro. Ma ben più difficile è la partita con il re Agilulfo che, proveniente dal nord Italia conquista e distrugge le città tosco-emiliane, poi avanza verso Roma. Gregorio mette in atto tutte le strategie diplomatiche per salvare l’Urbe, fino al raggiungimento di un accordo, grazie a grosse elargizioni di tesori e concessioni, e grazie anche alle simpatie della regina Teodolinda, moglie di Agilulfo, verso il Papa e la religione Cristiana. La situazione, complicata dalla indisponibilità verso i Longobardi dell’Esarca bizantino nei territori italiani, finalmente si appiana nel 599, quando, grazie alla mediazione di Gregorio, il territorio italiano raggiunge un assetto stabile con la suddivisone in tre sfere d’influenza tra Chiesa, Longobardi, Bizantini. La pace interna è la premessa per la conversione al cattolicesimo dei Longobardi ariani, poiché lo stesso Agilufo si rende conto che essere Ariani in un’Europa ortodossa è causa di inevitabile isolamento. Il primo figlio di Agilulfo e Teodolinda dopo undici anni di matrimonio viene battezzato con rito romano.

Papa Gregorio muore nel 604 e la Chiesa lo proclama Santo, non tanto per le sue doti spirituali, quanto per le sue indiscusse capacità di abile politico e fine diplomatico nel momento storico più oscuro e caotico del Medioevo. Di lui ricordiamo anche la riforma della liturgia e della disciplina della Curia, l’introduzione della Messa con rito romano, la musica sacra che da lui prende il nome (Canti gregoriani), l’attività letteraria (un monumentale Epistolario e una raccolta di Miracoli). Con lui ha inizio il vero Potere temporale dei Papi.


Gregorio VII  –  Urbano II

L’investitura dei Vescovi da parte dell’imperatore dà l’avvio ad un periodo infausto per la storia della Chiesa, che occuperà buona parte dell’XI secolo. L’ingerenza dell’imperatore nelle faccende religiose fa aumentare paurosamente di numero gli ecclesiastici che accedono ad alte cariche solo per interesse al potere senza averne la competenza e le capacità.  Si moltiplicano a dismisura prelati che convivono con donne, dediti al vizio e alla simonia, ignoranti di dottrina ed esperti di affari economici, indifferenti ai mali che affliggono la gente e preoccupati solo di assicurare fortuna, prestigio e benessere alla propria famiglia. Persino i Papi rischiano spesso di essere manipolati e, quando si oppongono alle ingerenze imperiali, vengono vergognosamente sostituiti con antipapi accondiscendenti all’Imperatore. Dall’873 al 1003 sulla cattedra di Pietro si succedono ben trentatre papi e quattro antipapi. Pochi di essi reggono a lungo, alcuni anche meno di un anno, e su trentatre, dieci muoiono assassinati in vario modo. Un panorama desolante che spiega i severissimi giudizi di storici di ogni tendenza su questo periodo. Tuttavia, i medesimi storici riconoscono che proprio lo stesso organismo pontificio trova in sé la capacità di reagire a questa situazione, e a riformarsi. C’è inoltre da notare che anche papi indegni, irretiti nei giochi delle famiglie locali o negli interessi imperiali, continuano tuttavia a mantenere rapporti con le Chiese periferiche, risolvono questioni, ricevono appelli ed emettono sentenze, fissano criteri e norme in molteplici settori della vita ecclesiastica.. I documenti pontifici dell’epoca rivelano, malgrado tutto, l’alta coscienza della missione affidata alla Cattedra, e la continuità di un’idea al di sopra dei capricci e degli appetiti umani.

Forte e incisiva è l’opera compiuta dai monaci cluniacensi nell’intento di riformare la vita comunitaria. Ad essi guardano il Pontefice e molti Vescovi per imparare a cambiare le cose. Mille centri monastici disseminati in Europa, seguendo le direttive dell’abate di Cluny, irradiano sul popolo di Dio la nuova luce tutta spirituale che insegna la contemplazione e l’ordine e concilia la povertà evangelica col senso del bello, la fuga dal mondo con l’umanesimo e la cultura.

Ed è proprio un monaco cluniacense, Ildebrando di Soana, eletto Papa a furor di popolo nel 1073 col nome di Gregorio VII, il protagonista principale nella lotta per le investiture. Con coraggio ed energia si oppone strenuamente all’Imperatore Enrico IV e alle sue pretese di nominare i vescovi e manipolare le decisioni papali. I momenti più acuti della contesa si raggiungono nel 1076 quando i vescovi filoimperiali, nel sinodo di Worms, dichiarano il Papa decaduto. Il pontefice a sua volta risponde con la scomunica dell’Imperatore. Per Enrico IV è un brutto colpo poiché l’autorità e la credibilità dell’Imperatore sono nel Medioevo, come già abbiamo avuto occasione di affermare, confermate solo dalla parola del Papa. Il rischio di perdere il prestigio e di essere considerato dal popolo nemico di Dio e della Chiesa induce Enrico IV a recarsi in veste di penitente a Canossa, sull’Appennino emiliano, dove Gregorio VII soggiorna, ospite nel Castello della contessa Matilde. La resistenza del Papa è lunga, solo dopo tre giorni il pontefice si decide a ricevere l’Imperatore che, scalzo e infreddolito, ha atteso ai piedi del  castello nel rigido gennaio del 1077.

Col Dictatus papae Gregorio VII afferma la priorità del papato sui sovrani della terra e il diritto di intervenire in tutti gli affari del mondo cristiano.

Naturalmente la sottomissione dell’Imperatore è solo apparente e di convenienza. Appena rientrato in Germania Enrico IV riprende a comportarsi con assoluta autonomia, tanto da essere scomunicato una seconda volta. Infine l’imperatore contrappone a Gregorio VII un altro papa di sua nomina, Clemente III. Costui costringe il vero pontefice a rifugiarsi a Salerno, dove muore in solitudine nel 1085, pronunciando le parole che sintetizzano la sua vita: Dilexi justitiam, odivi iniquitatem propterea morior in esilio, « Ho amato la giustizia e odiato l’iniquità, perciò muoio in esilio.»

Ma l’eredità di Papa Gregorio viene raccolta dai suoi successori, che porteranno avanti la lotta per le investiture che si concluderà nel 1122 con il concordato di Worms tra papa Callisto II e l’imperatore Enrico V.

In esso si stabilisce che il diritto d’investitura da parte dell’imperatore è subordinata alla libera consacrazione dei Vescovi da parte del Papa.

Tra i successori spirituali di Gregorio VII, va senz’altro ricordato Urbano II, uscito dalla scuola di Cluny ed esso stesso Abate del grande monastero. Eletto e consacrato Papa quando ancora l’antipapa Clemente III la faceva da padrone, solo nel 1094 riesce a farsi valere e ad insediarsi in Laterano, grazie all’appoggio dei Normanni e a quello di Matilde di Canossa. Continuatore della politica di Clemente VII, si dedica altresì a conciliare la Chiesa di Roma con quella d’Oriente. Il suo nome è legato soprattutto al grande Concilio riformatore di Clairmont, durante il quale bandisce la Prima Crociata , invitando tutti i capi cristiani a combattere contro i Saraceni una Guerra Santa per liberare il Sepolcro di Cristo al grido di “Dio lo vuole”.

Goffredo di Buglione assume il comando di questo pellegrinaggio armato e libera Gerusalemme dai saraceni nel luglio del 1099. Al papa, morto due settimane dopo, la notizia non perviene in tempo.

Le Crociate (alla prima ne seguiranno altre sei), tristemente famose per le violenze e gli abusi perpetrati dai suoi partecipanti, certamente non sono quelle volute e promosse dai papi, ma il risultato di una distorta interpetrazione dello spirito cristiano, in senso utilitaristico di conquista e arricchimento personale (ci fanno tanto pensare alle moderne guerre combattute in nome della democrazia e della pace, ma tendenti al dominio di territori ricchi di risorse petrolifere), ma questa è un’altra storia…


Alessandro III  -  Innocenzo III

I secoli XII e XIII assistono progressivamente all’abbandono degli insediamenti rurali, tipici della civiltà feudale, e alla rinascita delle città.

Il vivere quotidiano nei centri urbani, dove i contatti umani, lavorativi, commerciali, sono più frequenti, fa avvertire una maggiore necessità di istruzione.La scuola, che durante l’alto medioevo era affidata esclusivamente alla Chiesa e ai Monasteri, ed era frequentata da chierici, cioè da coloro che sarebbero diventati gli ecclesiastici, con la rinascita delle città comincia ad essere curata anche da laici, soprattutto per quelle materie (matematica, medicina,mercatura) che sono utili per venire incontro alle nuove esigenze della vita materiale.

Le prime scuole cittadine sono promosse dai vescovi  per preparare non solo nuovi sacerdoti, ma anche funzionari civili, non solo indigeni ma anche stranieri. Si delinea infatti una certa mobilità di studenti e di insegnanti che, desiderosi di imparare e di confrontarsi, si spostano verso le città in cui esiste uno “Studio”, dapprima nato dalla libera iniziativa di singoli maestri, poi sempre meglio organizzato in “Scuole” specializzate in determinate discipline, verso le quali convergono più maestri e più studenti provenienti dalle varie parti d’Europa, e che per questo presto si configureranno come “Università” (Bologna per il diritto, Parigi per le arti liberali, Salerno per la medicina, e poi Oxford, Orleans, Napoli, Toledo, e così via).

La crescita di queste scuole superiori fa comprendere la necessità del rafforzamento della scuola di base elementare, già fornita nelle istituzioni vescovili e capitolari. Il Concilio Lateranense III del 1179, convocato da Alessandro III, ordina l’istituzione di una scuola elementare gratuita presso ogni sede vescovile, alla quale può accedere chiunque lo voglia, senza distinzione di classe o censo.

Si tratta di una scelta rivoluzionaria, poiché l’istruzione è l’unico modo per uscire da uno stato d’inferiorità e progredire socialmente ed economicamente.

Il Concilio Lateranense III è notoriamente importante anche perché in esso viene sancito il principio della validità dell’elezione papale solo se suffragata dai due terzi del Collegio cardinalizio (regola tuttora valida), e anche perché in esso viene ratificata la pace di Venezia tra il Papa e l’Imperatore Federico Barbarossa.

Facciamo un passo indietro.

Già il pontificato di Adriano IV, predecessore di Alessandro III, è stato travagliato dalle lotte contro i Normanni stanziati nell’Italia meridionale e dalle discese militari di Federico Barbarossa per il controllo dei Comuni dell’Italia settentrionali, resisi troppo liberi dall’autorità dell’imperatore.

Alessandro III, al secolo Rolando Bandinelli, docente di diritto all’Università di Bologna, teologo e diplomatico, prosegue l’opera, iniziata da Adriano IV, di pacificazione tra i Comuni e l’Imperatore, non senza aver prima subito l’opposizione della fazione filoimperiale che gli contrappone progressivamente ben quattro antipapi, con conseguente scambio di scomuniche a catena, comprese quelle contro Federico. Finalmente nel 1176, Alessandro III stipula un patto coi Comuni della Lega del Nord , chiamata “Lega Alessandrina”, riportando sull’Imperatore una vittoria a Legnano. Con la successiva pace di Venezia viene riconosciuta la legittimità della carica pontificia di Alessandro III e Federico viene liberato dalla scomunica.

La leggenda vuole che durante la riconciliazione, avvenuta in piazza san Marco davanti al Doge di Venezia, il Barbarossa costretto a baciare pubblicamente il piede del papa, abbia detto, rivolto al papa: « Non tibi, sed Petro». E che il Papa abbia ribadito:« Et mihi et Petro», che tradotto liberamente suona così : “Non lo faccio per te, ma per Pietro che tu rappresenti – Lo fai per me, e poi anche per Pietro”.

Un Impero subordinato alla Chiesa è anche l’obiettivo di Innocenzo III (al secolo Giovanni Lotario dei conti di Segni), eletto papa nel 1198 a soli trentotto anni. Personalità di alta levatura, grande amministratore e diplomatico, studente modello a Parigi per la teologia, a Bologna per il diritto, è il pontefice che ha portato il papato al culmine del suo dominio, facendo proprio il principio teocratico già elaborato da Gregorio VII. A tal fine attua un preciso programma di annessione dei territori intorno allo Stato Pontifico onde assicurare l’indipendenza territoriale dello stesso. A lui viene affidata la tutela del piccolo Federico II, nipote del Barbarossa. Questi, proprio grazie alla protezione papale riuscirà ad essere riconosciuto Imperatore in Germania, malgrado l’ostilità dei principi tedeschi suoi contendenti. In Francia Innocenzo III costringe il re Filippo Augusto a separarsi dalla seconda moglie, in tutti i territori cristiani il suo pugno di ferro si scaglia contro le eresie. Nel IV Concilio Lateranense crea l’inquisizione nelle diocesi, programma la V Crociata, sancisce l’obbligo della Confessione auricolare.

Muore nel 1216 a cinquantasei anni, ma i diciotto del suo pontificato segnano la pagina più alta nella storia del papato. Dopo inizierà il declino soprattutto morale.


Bonifacio VIII – Clemente V

Gregorio XI – Martino V

Il declino morale dell’istituzione pontificia si delinea nel corso del XIV secolo con quella che viene definita “La cattività avignonese della Chiesa” prima, e poi con il “Grande Scisma” d’Occidente. Due forti personalità dominano la storia europea alla fine del XIII secolo, quella del Papa Bonifacio VIII e quella di Filippo IV il Bello, re di Francia. Il primo sin dall’inizio del pontificato è coinvolto in questioni politiche e intrighi delle più potenti famiglie romane che ormai influiscono pesantemente nell’elezione dei pontefici, per tutti i benefici che possono trarre dall’avere un proprio congiunto sul soglio di Pietro. Bonifacio VIII, della famiglia dei Caetani, viene subito in urto con due cardinali della famiglia Colonna, tanto da perseguitarli spietatamente fino ad armare una crociata per radere al suolo la fortezza dei Colonna a Palestrina.

Lo scontro tra Bonifacio VIII e Filippo IV inizia quando il re di Francia, per fronteggiare le spese belliche, impone nuove tasse al clero, senza l’approvazione della curia papale, e va avanti a colpi di Bolle papali contro la corona da una parte, e sentenze di alto tradimento, di simonia, di eresia, contro il Pontefice dall’altra. Celebre è la bolla Unam Sanctam in cui, viene sottolineata l’esistenza di un’unica Chiesa con un unico capo, il Papa, cui è conferito ogni potere, sia spirituale che temporale.

Nella bolla Unam Sanctam Filippo IV vede un programma di dichiarata sopraffazione ecclesiastica sul piano politico, perciò decide di inasprire la lotta contro il suo autore. Invia il suo consigliere Guglielmo di Nogaret a condurre una spedizione contro Bonifacio VIII che immediatamente risponde con la scomunica. Un’assemblea di nobili, ecclesiastici e giuristi, convocata da Filippo a Parigi dichiara la Chiesa priva del suo legittimo capo, e Bonifacio viene accusato di gravi delitti. Il Papa si rifugia ad Anagni, dove redige una nuova Bolla che conferma la scomunica al re e libera i suoi sudditi dal dovere di obbedirgli. Sono gli anni della formazione dei grandi Stati nazionali Europei e Filippo IV, creatore di quello francese, non può permettere che un capo religioso, sia pure autorevole, possa contrastare i suoi piani. Nel settembre del 1303, una spedizione guidata da Guglielmo di Nogaret e rinforzata dagli uomini di Sciarra Colonna, capo della famiglia tanto perseguitata dal Papa, entra ad Anagni ed irrompe nel palazzo papale dove Bonifacio VIII seduto in trono con i paramenti pontificali fieramente rifiuta l’intimazione di abdicare anche a costo della vita, pronunciando la famosa frase: « Ecco il mio collo, ecco il capo». Si dice anche che Sciarra Colonna abbia dato uno schiaffo al Papa, ma non ci sono prove in proposito. Dopo tre giorni di prigionia il Papa viene liberato da una sollevazione popolare e ricondotto a Roma, dove però muore un mese dopo.

Ma la lotta non è finita perché è uno scontro di princìpi. Da un lato c’è il papato che vuole assommare in sé il potere spirituale e quello temporale, dall’altra c’è un capo di Stato che si comporta come se la cristianità unita non esistesse più, per lasciare il posto agli Stati nazionali, autonomi anche in campo religioso. Perciò, dopo il breve pontificato di Benedetto XI (otto mesi), Filippo IV, con una dura pressione sui cardinali riuniti in conclave a Perugia, fa eleggere un papa francese che prende il nome di Clemente V. Questi, alla scopo di sfuggire ai pericoli di una Roma turbolenta nelle mani delle famiglie più in vista, dopo un periodo in cui la sede papale vaga da una città all’altra, decide di stabilirsi  definitivamente ad Avignone (1311). L’insediamento della corte pontificia scatena nella cittadina provenzale un vorticoso boom, moltiplicando per cinque la popolazione residente, alla quale si aggiunge la gente di passaggio che ruota intorno alla corte.

La sede papale rimane ad Avignone per ben settant’anni e a Clemente V succedono sei Papi tutti francesi, con la conseguenza di una più o meno forte subordinazione all’autorità dei sovrani di Francia.

Roma abbandonata dai pontefici passa nelle mani delle grandi famiglie (Colonna, Caetani, Orsini, Savelli, Frangipane, Annibaldi), con i loro eserciti, i loro sicari, i loro protetti. Dilaga la delinquenza, crollano chiese e palazzi. Il Comune e il rappresentante del papa non contano nulla, la città diventa presto una landa selvaggia. I lupi vagano per la campagna e arrivano anche nell’abitato.

Eppure  il secolo si era aperto con un movimento popolare inatteso e singolare che dimostrava quanto fosse radicata l’idea di Roma come centro insostituibile del mondo cristiano. Nel mese di gennaio dell’anno 1300, essendo ancora Papa Bonifacio VIII, erano arrivati a Roma, assolutamente inattesi, fitti gruppi di pellegrini da vari paesi d’Europa. Dicevano che la visita alle chiese romane nell’ultimo anno di ogni secolo procurava l’indulgenza plenaria.  Il papa non ne sapeva nulla, ma intuendo la portata di tale iniziativa popolare, la volgeva a vantaggio della Chiesa di Roma, istituendo ufficialmente l’Anno Santo o Giubileo e, per incoraggiare i pellegrinaggi, annunciava l’indulgenza plenaria a tutti coloro che quell’anno si fossero recati con reverenza a Roma, pentiti dei propri peccati, a pregare nelle basiliche degli Apostoli. Il Giubileo che inizialmente era stato fissato ogni cento anni, vede successivamente ridotto il termine prima a cinquanta anni, poi a venticinque, per consentire e tutti i fedeli di parteciparvi almeno una volta nella vita.

Finalmente nel 1376, grazie alle ardenti preghiere e sollecitazioni di una straordinaria monaca, Caterina da Siena, papa Gregorio XI riporta la sede pontificia a Roma. La cattività avignonese finisce, ma la Chiesa ancora per più di quarant’anni sarà divisa tra coloro che seguiranno il papa di Roma e quelli che continueranno a eleggere un papa avignonese. Il “Grande Scisma”, come sarà chiamato, finirà nel 1417, in seguito al concilio di Costanza, con l’elezione di un unico papa, insediato in Roma, nella persona di Martino V.


L’età moderna: 1500–1700

Deve insorgere la protesta di Lutero e dilagare la Riforma protestante perché la Chiesa si decida a guardare in faccia il proprio sfacelo e correre ai rimedi? Sembra proprio di sì.

Eppure, già prima di Lutero, molte voci di cristiani impegnati si levano e chiedono una “riforma piena e generale della Chiesa” al Papa, che rimane indifferente perché sempre più avvolto nella trama degli abusi che irretiscono la curia romana.

Nel 1513 papa Leone X , nell’ambito del Concilio Lateranense V, si vede presentare un programma completo di riforma. Ma nulla accade, e proprio sotto il pontificato di Leone X, e a causa delle ripetute richieste di denaro, sottoforma di indulgenze da parte di questi, esplode la ribellione di Lutero. Dalla Germania la Riforma protestante si allarga a macchia d’olio in tutta l’Europa, la frattura della cristianità è inevitabile e irrimediabile.

Il ‘500 non è un secolo tranquillo sullo scacchiere delle monarchie nazionali che si contendono la supremazia in Europa, sicché anche gli schieramenti religiosi divengono pretesto per guerre ed alleanze.

Tocca a Papa Paolo III Farnese il compito di indire il concilio a Trento, dopo un faticoso iter, nel 1542, con l’intento di riunire la famiglia cristiana divisa. In realtà, fallito questo tentativo, il concilio si protrae per ben diciotto anni, con varie interruzioni e sotto pontificati diversi (Giulio III, Marcello II, Paolo IV, Pio IV), per approdare alla chiarificazione delle verità di fede poste in discussione o negate dalla Riforma Protestante.

In campo dottrinale il concilio definisce le caratteristiche dei sette sacramenti e ne ribadisce la validità intrinseca; riafferma la dottrina del Purgatorio e la venerazione dei Santi. In campo disciplinare impone la preparazione del clero nei seminari e l’uniformità liturgica; obbliga i vescovi e i preti a risiedere laddove è stata affidata loro la cura delle anime e i parroci alla formazione pastorale attraverso un Catechismo opportunamente preparato. Diviene rigoroso il controllo degli ordini religiosi e la lotta ai vecchi abusi.

Inizia così il periodo detto della Controriforma, spesso tristemente famoso per le persecuzioni di coloro che sono sospettati di non attenersi ai decreti del concilio (un esempio tra tutti quello di Galileo Galilei), periodo, però, fecondo di attività formative, educative, caritatevoli, grazie alla proliferazione di nuovi ordini come i Teatini, i Barnabiti, i Cappuccini, le Orsoline e, soprattutto i Gesuiti. Missionari di grandi capacità si spingono anche nel nuovo continente a dare il loro contributo sia per catechizzare che per aiutare materialmente gli indios sfruttati e sterminati dai nuovi conquistatori.

Per completate il quadro dei Papi insigni del XVI secolo, va ricordata la figura di Gregorio XIII Boncompagni. Avendo partecipato al concilio di Trento da cardinale, appena eletto papa diventa attivo fautore dei decreti ivi adottati. Per avere un clero istruito fonda, con l’aiuto dei Gesuiti, vari seminari e collegi, facendo così di Roma il centro delle scienze teologiche (la prestigiosa Università Gregoriana prende il nome da lui). A lui si deve anche l’introduzione del calendario gregoriano, in uso ancora oggi, in sostituzione di quello di Giulio Cesare del 46 d. C., che presentava  un marcato sfasamento tra anno ufficiale e anno astronomico.

Nel programma della riforma della Chiesa entra anche tutta una serie di attività artistiche atte ad esaltare la grandezza dell’istituzione ecclesiastica. Gregorio XIII abbellisce Roma di nuovi capolavori: il palazzo del Quirinale, ad esempio, le fontane di piazza Navona e la galleria delle carte geografiche in Vaticano.

L’opera continua col suo successore Sisto V che, accanto alla mano forte di giustiziere (manda alla forca o in galera eretici, ladri, adulteri, banditi, astrologi, fattucchieri), mostra il suo talento di spirito pratico e raffinato. Fa costruire acquedotti e impiantare filande della lana e della seta, favorisce missioni e ordini religiosi, costruisce il nuovo palazzo del Laterano, fa innalzare in piazza San Pietro il grande obelisco egiziano di Eliopolis (già portato a Roma dall’imperatore Caligola).

Tutti i papi del XVII e del XVIII secolo continuano ad abbellire Roma  di magnifici edifici ed opere d’arte, a gloria di Dio e per il trionfo della Chiesa (è l’età del Barocco).

Così a Clemente VIII Aldobrandini si devono la cappella e la sala Clementina. A UrbanoVIII Barberini, il baldacchino del Bernini al centro della basilica di San Pietro e la fontana di Trevi. A Innocenzo X Pamphili, la chiesa di Sant’Agnese e l’obelisco sulla fontana dei quattro fiumi in piazza Navona, nonchè villa Doria Pamphili sul Gianicolo. Alessandro VII Chigi, fonda la biblioteca Alessandrina e la Chigiana, al Bernini, padre del Barocco di Roma, affida la costruzione del colonnato in piazza San Pietro, la scala regia e la cattedra di San Pietro in Vaticano. Opere del Bernini sono anche gli angeli di ponte sant’Angelo, commissionati da Clemente IX e la fontana di piazza San Pietro a fianco a quella già esistente del Maderno commissionata da Clemente X. Clemente XI crea la Biblioteca Orientale Vaticana e costruisce la chiesa di santa Maria in Cosmedin. Innocenzo XIII inizia la scalinata di Piazza di Spagna, che sarà completata dal suo successore Benedetto XIII con l’aggiunta della chiesa di Trinità dei Monti.

Ma queste sono solo alcune opere del vastissimo e variegato panorama architettonico che si offre all’attenta osservazione degli esperti e allo sguardo compiaciuto della gente comune.

Quale sarebbe stata la nostra splendida capitale senza i Papi?…


I contemporanei

L’indiscusso potere del papato per ben diciassette secoli di storia, seppure con contrasti interni ed attacchi esterni, registra una forte battuta d’arresto con il diffondersi del pensiero illuministico e delle dottrine anticlericali dei filosofi francesi. La Rivoluzione Francese e Napoleone danno il colpo mortale alla Chiesa con la Costituzione civile del Clero, subito condannata da Pio VI Braschi, che deve anche subire l’invasione napoleonica degli Stati pontifici, la pace di Tolentino, la perdita dei territori avignonesi e di gran parte di quelli romagnoli, oltre che l’esilio, fino alla morte.

Il successore, Pio VII Chiaramonti, riceve in eredità il gravoso compito di guidare la barca di Pietro nella burrasca repubblicana e giacobina. Nel 1801 un Concordato con Napoleone riconosce il cattolicesimo romano come religione di Stato in Francia, ma rafforza i poteri del Bonaparte sulla Chiesa.

Invitato a Parigi da Napoleone per l’incoronazione di questi ad imperatore, il 2 dicembre 1804 a Notre-Dame, Pio VII si deve limitare a benedire l’unione del neo imperatore con Giuseppina Beauharnais, poiché, in effetti, Napoleone si pone da solo la corona sul capo, pronunciando la famosa frase: “Dio me l’ha data e guai a chi me la tocca”. Gesto e parole simboliche per indicare l’autonomia del potere politico rispetto a quello religioso e il declino del potere temporale dei papi, decretato cinque anni più tardi a Vienna. Il braccio di ferro tra Papa e Imperatore si protrae sino alla caduta di Napoleone. Con la Restaurazione, Pio VII recupera quasi tutto lo stato Pontificio, ma il vento giacobino non è passato invano: il lievito della libertà, che sul territorio italiano si mescola con l’anelito all’Unità, già mette in moto i meccanismi del Risorgimento che porteranno ben presto alla eliminazione dello Stato pontificio. Poco male, se si considera che la perdita del potere temporale sarà compensata dal rafforzamento di quello spirituale,  per un maggiore e più attento impegno della Chiesa in quest’ambito.

Toccherà a Pio IX Mastai Ferretti la sorte di vedere Roma prima invasa dai mazziniani e poi dall’esercito regio, una delle pagine più malinconiche della storia del Papato, non tanto per il fatto in sé, quanto per l’inerzia con cui le truppe pontificie e la popolazione reagiranno al debole assalto dei bersaglieri a porta Pia (20 settembre 1870). Eppure Pio IX viene eletto come l’uomo nuovo dallo spirito moderato, il suo primo gesto è di concedere l’amnistia per i delitti politici, ben presto mette in atto una politica di riforme, tanto da suscitare gli entusiasmi e le illusioni dei patrioti italiani. Ma il mito del papa liberale cade quando rifiuta di prendere parte alla guerra per l’indipendenza italiana. Diviene allora evidente che il compito del papa non è quello di far politica, ma di porsi come mediatore nelle controversie politiche sempre e soltanto per amore della pace.

All’indomani della proclamazione di Roma capitale del nuovo regno d’Italia, Pio IX rifiuta la Legge delle Guarentigie, che il governo italiano gli propone come garanzia di autonomia nell’ambito delle proprie competenze religiose, e vieta ai cattolici di partecipare alla vita politica con il famoso non expedit.

Il 1800 si conclude con Leone XIII che, pur rimanendo sulle posizioni del predecessore per quanto riguarda la Questione Romana, ha il merito di adottare una politica di apertura e di riconciliazione della Chiesa con il mondo, e della fede con la scienza. E’ il primo papa che osserva da vicino la realtà delle masse operaie sfruttate. La sua famosa enciclica Rerum Novarum è la risposta, basata su principi cattolici, alla soluzione socialista, e nasce dall’esperienza fatta dal papa nel breve soggiorno a Parigi, a Colonia e a Londra, dove costata l’esistenza degradante dei lavoratori nelle industrie e nelle miniere. Aperto alle novità del progresso, introduce la luce elettrica, i telefoni e i caloriferi in Vaticano, dimostrando ancora una volta che la funzione della Chiesa è quella di adeguarsi ai mutamenti della storia nel rispetto dei principi evangelici.

La prima metà del 1900 assiste alla prima guerra mondiale, sotto il pontificato di Benedetto XV, che invano tenta di scongiurare l’orrenda carneficina che disonora l’Europa, e cerca in vari modi di aiutare i prigionieri di guerra e le famiglie dei soldati al fronte; assiste all’avvento del fascismo, durante il quale Pio XI  chiude la Questione Romana stipulando, l’11 febbraio 1929, i Patti Lateranensi, sottoscritti da Mussolini; assiste alla seconda guerra mondiale, davanti alla quale Pio XII Pacelli assume una posizione di netto dissenso, invitando alla pace e condannando sia il comunismo ateo che la politica nazista di Hitler, ma viene rimproverato di non  aver fatto abbastanza per impedire lo spaventoso genocidio nazista degli ebrei.

Giovanni XXIII Roncalli imprime un nuovo corso alla Chiesa, iniziando a uscire dalle mura del Vaticano, per avvicinarsi alla gente comune, soprattutto ai sofferenti. Il Concilio Vaticano II, da lui voluto, è di una portata rivoluzionaria perché trova il linguaggio, i metodi e le risposte più adeguate alle esigenze dei tempi moderni, in un mondo che non ha più distanze tra i popoli e in cui non si giustificano le barriere. Sono gli anni della guerra fredda che papa Giovanni contribuisce a stemperare, preparando la strada al disgelo.

Paolo VI Montini continua l’opera del suo predecessore, attivandosi per la riunificazione delle Chiese e per il mantenimento della pace nel mondo. Con lui si fa strada un nuovo concetto di Ecumenismo. E’ il primo papa a viaggiare in aereo, ad uscire dall’Europa, a introdurre nella Messa le lingue nazionali e la partecipazione attiva dei laici e delle donne: porta insomma a compimento il processo di modernizzazione ipotizzato nel Concilio.

 Termina qui questa rassegna di alcuni dei papi più significativi della storia, quelli che con il loro operato hanno contribuito ad accompagnare le vicende umane attraverso i secoli, nel bene e nel male, poiché ognuno di loro, nel bene e nel male, è frutto del proprio tempo.

Giovanni Paolo II non appartiene ancora alla Storia. Lo sentiamo ancora presente in mezzo a noi, ma non dubitiamo che della Storia sia stato un grande protagonista.